Pedro Barateiro: Sequel

Basement Roma

Via Nicola Ricciotti 4, Roma


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29 giugno – 30 agosto 2017Mostra in corso
Lunedì a Venerdì 2pm–7pm
Opening: Mercoledì 28 Giugno, 6:30pm
Ingresso gratuito
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Le mitologie sono morte, lo sono sempre state. Ma anche da morte, sono state utilizzate come strumenti di strategia politica, al ne di manipolare la narrazione e i fatti. Le narrazioni fizionali hanno definito la cultura, la sua storicità, la sua eredità. Dramma. Pelle d’oca visibile sulla nostra epidermide. Brividi. L’amplificazione della voce. La colonna sonora dei lm. Le attitudini cambiano, così come i modelli comportamentali, che si adattano a nuove forme di riconoscimento. Il flusso dei nostri account nei social media è tradotto da algoritmi inconsapevoli. Forme identitarie liquide e opache. I movimenti del corpo. Il più superficiale di tutti i gesti non può mai essere preso alla leggera, anche se cerca di nascondersi sotto colori vivaci, piume e nebbie.

Un anno fa, esattamente lo stesso giorno dell’inaugurazione di questa mostra a BASEMENT ROMA, sono arrivato a Los Angeles. Non c’ero mai stato: per me L.A. rappresentava il luogo geografico della produzione di ciò che si definisce spettacolo, una sorta di punto di non ritorno o di punto finale della civiltà occidentale. L’insieme di fiction qui scritte per i lm, per la televisione e per tutti i tipi di intrattenimento genera una sovrapproduzione di narrazioni che mirano a creare una forma di alienazione nello spettatore, mescolando e riattivando momenti storici e privati. Il business dell’intrattenimento è una forma di produzione capitalistica capace di alterare il nostro punto di vista sugli eventi che accadono intorno a noi. La politica, per esempio, in molti casi è rappresentata nella fiction come priva di un fondamento etico. E ciò continua ad avvenire attraverso una rete di mitologie in continuo sviluppo.

Se riflettiamo attentamente sul modo in cui le narrazioni e le mitologie sono partite dalla Grecia antica, per poi essere reinterpretate nel mondo romano, siamo in grado di esaminare il processo di produzione della cultura in Occidente, ossia come la filosofia, la narrativa, la poesia, la musica e le arti visive si siano trasformate quali elementi costitutivi di un meccanismo capitalista. La produzione di immagini di massa, la rappresentazione del corpo, la raffigurazione della natura hanno subíto nella cultura occidentale una radicale trasformazione a partire dall’inizio dell’era capitalistica. Le nostre interazioni all’interno dei sistemi di comunicazione a nostra disposizione sono sottoposte a un sistema di sorveglianza e controllo che si attua attraverso forme di appropriazione e di colonizzazione. I nostri scambi sono ora tradotti in big data. I dati hanno oramai sorpassato il petrolio come risorsa più preziosa del mondo e stiamo tutti contribuendo a tale situazione producendo diversi tipi di contenuti.

L’obiettivo della fiction è oggi fingere che esista una continuità, che la grande narrazione non muoia mai. Stagioni su stagioni di storie in nite che colonizzano le nostre vite. I nostri cervelli sono stati programmati per accettare Trump come presidente attraverso il personaggio di Frank Underwood in House of Cards. La nostra immaginazione è stata colonizzata in modo da poter accettare quel tipo di individuo come figura politica.

Il titolo che ho scelto per questa mostra, Sequel, si riferisce allo scetticismo delle tradizioni occidentali della narrazione e della rappresentazione nel momento in cui viviamo. Tuttavia, sento il bisogno di chiedere a me stesso e a voi: come può resistere la nostra immaginazione? Come possiamo impedire che la nostra immaginazione sia colonizzata da questi miti? Cosa possono fare l’arte e il pensiero di fronte a tali forme di politica finzionale? Cosa ci resta da scrivere? Dobbiamo resistere a questo infinito presente di piccole narrazioni che nascondono le grandi narrazioni del capitale? Dovremmo pensare a un’ecologia della produzione di dati, a un’ecologia del lavoro immateriale?

Nel suo libro The Responsibility of Fiction Writing in Neoliberal Capitalist Societies (Duvida Press, 2014), la scrittrice Leonora Jones parla della necessità di una consapevolezza nel crescente uso del testo all’interno della comunicazione, in particolare nell’ambito delle interazioni che avvengono attraverso i social media; Jones riflette inoltre sul modo in cui i dati vengono utilizza- ti, trasformati e tramutati dal capitale in fonti di profitto, come dimostrato dall’esposizione e dall’alterazione delle condizioni soggettive prodotte nella società neoliberale post-capitalista. Di fonte alla crescente astrazione del valore e delle interazioni umane, nuove forme di passività, nuove modalità di fruizione e di consumo richiedono una risposta a nuovi modelli di azione e di comunità. L’apparente fluidità della circolazione e della distribuzione è rap- presentata da una materialità priva di forma fissa. Jones chiede: “Come possiamo rappresentare uno stato di trasformazione costante, se esso cambia incessantemente forma, come un ecosistema che ha bisogno di adattarsi e mutare in risposta all’ambiente circostante?”. E prosegue: “Dobbiamo agire con una forma di resistenza consapevole, non come spettatori passivi”. Jones cita il saggio NO LOGO di Naomi Klein (Picador, 1999) e il suo riferimento a Milton Friedman, descritto da Klein come “l’architetto della presa di potere globale delle corporation”. Jones sottolinea la sua idea con il fatto che Klein abbia illustrato quel capitolo del suo saggio con immagini tratte dai filmati di due membri del gruppo attivista Bionic Baking Brigade, che lanciarono una torta contro Milton Friedman mentre l’economista stava uscendo da una conferenza aziendale a San Francisco nel 1998. (PB)

Image Credits 2–8 SEQUEL, BASEMENT ROMA, Rome; Courtesy: the artist; Photo: Roberto Apa;
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